Il Commissario Ricciardi 2: Antonio Milo racconta il Brigadiere Maione!

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In qualunque modo si sia entrati in contatto con il mondo de Il Commissario Ricciardi non si può pensare alle storie scritte da Maurizio de Giovanni senza la presenza del Brigadiere Raffaele Maione. Una figura granitica, quasi paterna, che è toccato ad Antonio Milo portare sul piccolo schermo.

Nei nuovi episodi, il suo Maione diventa ancora più centrale per quanto riguarda non solo le indagini a capo del protagonista (Lino Guanciale), ma anche la parte più leggera della trama. A confidarcelo è lo stesso Milo, che però ci avverte anche che la seconda stagione vedrà il suo personaggio e la moglie Lucia (Fabrizia Sacchi) alle prese con nuove preoccupazioni:

“Messa alle spalle l’elaborazione del lutto per la scomparsa del figlio, che bloccava la vita di casa Maione, ora la famiglia del Brigadiere si trova davanti ad un problema attualissimo e che dà la cifra di quanto il mestiere del genitore sia sempre stato il più difficile del mondo. Raffaele e Lucia hanno a che fare con le scelte che riguardano il futuro dei propri figli e devono affrontare le loro paure. Il figlio maggiore vuole seguire le gesta del padre e del fratello scomparso e diventare poliziotto: però, vista l’esperienza vissuta, Lucia non è d’accordo ed ha paura. Ci sono poi, però, delle evoluzioni che non voglio spoilerare… È una condizione che ho trovato molto attuale: non ho figli, ma ho amici e fratelli che sono genitori e vivono questa situazione in modo non semplice.”

Antonio Milo
Eppure la seconda stagione de Il Commissario Ricciardi si apre molto di più all’amore…

“All’amore ed alla speranza: c’è un’apertura verso l’amore, sì, e quindi anche alla speranza, uno sguardo al futuro. Anche se la serie è ambientata in un periodo storico vicino alla tragedia più immane che l’umanità potesse incontrare”.

Nonostante la presenza del regime fascista, la serie riserva dello spazio anche alla spensieratezza ed alla serenità di cui, ci dice Antonio Milo, “la famiglia Maione diventa portatrice sana”:

“Le indagini ci conducono su dei drammi e su delle emozioni differenti, mentre la famiglia Maione alleggerisce il tono della serie. Considerato il contesto storico, è necessario essere ironici: nel nostro presente l’ironia sta venendo meno, forse anche a causa del politically correct, ed è una cosa che mi spaventa…”

Concentriamoci sul personaggio di Maione, una colonna portante del racconto, pur non essendo il protagonista assoluto. Ricciardi ha bisogno del suo aiuto per risolvere i casi di puntata, così come Lucia trae da lui la forza per ricominciare a vivere dopo la perdita del figlio… Ma tutta questa forza, Maione, da dove la prende?

“Volendo fare un’analisi psicologica, potrebbe derivare da un suo bisogno inespresso, quello di essere aiutato. In una sorta di transfert, lo porta sulla propria maschera, aiutando gli altri. Maione ha una vocazione alla protezione di chi lo circonda: già nella prima serie prende a cuore le vicende di Filomena (Irene Maiorino, ndr), una donna sfregiata, nella seconda si occupa di Bambinella (Adriano Falivene, ndr)… Ma anche nei confronti di Ricciardi si dimostra protettivo: tra di loro il rapporto è paterno. Maione è sì una colonna, ma lo è diventato probabilmente per un suo bisogno personale”.

A proposito di Bambinella, l’alchimia con Maione è così riuscita che avete deciso di portare questa coppia anche fuori dagli schermi: siete a teatro con “Mettici la mano”…

“Saremo il 12 marzo a Bologna, dal 14 al 19 a Firenze e dal 23 marzo al 2 aprile a Milano, poi ci saranno altre date: sta avendo un enorme successo”.

Lo spettacolo è un vero e proprio spin-off sequel di Ricciardi: la storia è ambientata nel 1943, durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Maione, Bambinella ed una donna accusata di omicidio (interpretata da Elisabetta Mirra) si rifugiano in uno scantinato, inscenando una sorta di processo alla presunta assassina. Il Maione che vediamo a teatro è lo stesso che vediamo in tv?

“Sì e no: chi viene a teatro trova il mood comico e brillante tra Maione e Bambinella già visto in tv, ma al tempo stesso, complice l’introduzione di un nuovo personaggio, ci si emoziona. Gli spettatori che ci aspettano fuori dal teatro per salutarci ci ringraziano perché passano dalla risata alla commozione in pochi secondi. La novità è l’ambientazione: siamo dieci anni dopo rispetto al racconto televisivo, durante i bombardamenti degli americani, in un rifugio: si percepisce la sospensione dell’essere umano in condizioni come quelle della guerra”.

Uno spettacolo diventato tristemente attuale…

“Esatto: i personaggi sono appesi al cielo, da cui possono arrivare le bombe, ma anche l’aiuto divino, da cui il titolo ‘Mettici la mano’. Anche questa è una novità per i personaggi: affrontare questa sospensione che nella serie non c’è”.

Non deve essere stato facile portare in scena personaggi inizialmente nati per la letteratura e poi diventati protagonisti di una serie tv di successo…

“Siamo molto soddisfatti. È stata una bella sfida: avevo chiesto a Maurizio de Giovanni di scrivere qualcosa per me ed Adriano, con cui mi ero trovato molto bene sul set. Lui ha subito detto ‘Beh, facciamo Maione e Bambinella a teatro!’. All’inizio sono rimasto spiazzato, ma mi è piaciuta la sfida di vedere dei personaggi prima immaginati dai lettori e poi interpretati per la serie finire in carne ed ossa, dal vivo, a teatro”.

Così facendo Maione e Bambinella sono sempre più reali agli occhi del pubblico.

“Non sono più personaggi di fantasia. Li considero le due maschere della serie: hanno entrambi una divisa che li rende riconoscibili e rappresentano una parte di Napoli (Maione è la tradizione e l’attaccamento ai valori ed alla famiglia, Bambinella è la parte colorata e fuori dalle righe). Tramite queste maschere si possono raccontare infinite storie, si prestano più di altri personaggi della serie anche ad uno spin-off televisivo”.

Non le chiedo se le farebbe piacere portare in tv Mettici la mano…

“Beh, assolutamente sì!”

…però le chiedo: preferirebbe un adattamento tv vero e proprio, sotto forma di film-tv o serie, oppure portare lo spettacolo teatrale in televisione?

“Preferirei l’adattamento. Penso a Better Call Saul, spin-off di Breaking Bad: si potrebbe raccontare tramite Maione e Bambinella un lasso di tempo che non è possibile mostrare ne Il Commissario Ricciardi. Per de Giovanni mostrare l’entrata in guerra e l’avvento degli americani attraverso lo sguardo di Ricciardi non è possibile, a causa del suo dono di vedere gli spiriti di chi ha una morte violenta: per lui sarebbe una sofferenza troppo grande. Con Maione e Bambinella, invece, si può fare: tra l’altro anche quel periodo storico è interessantissimo e ricco di umanità: mi basta pensare alle Quattro giornate di Napoli (l’insurrezione popolare che, tra il 27 ed il 30 settembre 1943, permise di liberare la città dall’occupazione tedesca, ndr). Di spunti, insomma, ce ne sono tantissimi”.

Quindi dice no all’idea di portare lo spettacolo così com’è nato a teatro in tv?

“Il teatro è un’arte viva, necessita di un palcoscenico, di un pubblico pagante dal vivo, di un’energia particolare… Il rischio sarebbe di fare al teatro lo stesso danno fatto al cinema con le piattaforme streaming”.

Attualmente è in onda anche con Resta con me, altra serie nata da un’idea di Maurizio de Giovanni ed ambientata in una Napoli contemporanea. Grazie a questa serie, ma a anche ad Il Commissario Ricciardi, L’Amica Geniale ed al film “I fratelli De Filippo” di Sergio Rubini ha avuto l’occasione di respirare differenti versioni di Napoli. Ma cos’è che non cambia mai di questa città e di chi la vive?

“Ciò che permette a Napoli di salvarsi è che nonostante i tempi cambino (e con essi la città ed i napoletani), alcune radici rimangono, come l’uso della lingua. Ci sono elementi che non si cambiano ed è anche giusto che non cambino. Poi Napoli ha la capacità di non farsi travolgere dagli eventi che cambiano, ma li assorbe nel proprio tessuto sociale e culturale, li metabolizza e rimanda indietro sotto altra forma, anche migliorata. Il classico esempio è nella lingua partenopea, ricca di francesismi, termini che derivano dallo spagnolo e dall’arabo, frutto delle varie influenze che la città ha avuto. Ma penso anche alla cultura, alla cucina… Tutte cose che sono state poi reinventate: è questa la vera forza di Napoli, che ha un’identità molto forte e stratificata. Anche per questo numerosi film e serie si girano qui: Napoli può essere sempre raccontata in diverse salse, ci puoi ambientare qualsiasi storia. Anche un racconto distopico a Napoli risulterebbe credibile”.

Siete emozionati per Il Commissario Ricciardi 2?

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Chiara

Fonte: TVBlog

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