domenica, Gennaio 29, 2023
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Outlander: 5×12 Never My Love. Recensione

Buongiorno clan!! E’ finalmente arrivato il momento del nostro appuntamento settimanale preferito con il dramma storico-fantastico targato STARZ, Outlander. Sembra ieri che la quinta stagione è iniziata, ed ora eccoci qui per il finale di stagione! Le aspettative sono alte, ma sono sicura che sarà decisamente all’altezza. Ma ora bando alle ciance, per l’ultima volta, parliamo della dodicesima puntata della quinta stagione, intitolata Never My Love.

Attenzione: questa recensione contiene maggiori spoiler sulla undicesima puntata della quinta stagione e parziali riferimenti al quinto e sesto libro della saga “The Fiery Cross” e “A Breath of Snow and Ashes”

Siamo giunti al capitolo finale per questa strabiliante, ansiogena ed emozionante quinta stagione. Vorrei dire di non aver pianto per tutta la durata dell’episodio, ma mentirei. Questo episodio non è stato altro che la ciliegina sulla torta dopo una stagione piena di drammi, ma anche di momenti famigliari, sentimentali e passionali. Ogni attore e personaggio ha avuto il suo spazio, e la possibilità di dare il meglio delle proprie capacità recitative e sviluppare la propria storia con episodi centrici ma allo stesso tempo, la quinta stagione merita plauso per aver ricreato quel clima d’insieme e di famiglia che tanto mancava, richiamando i bei vecchi tempi dei clan in Scozia. Un lavoro di adattamento davvero ben riuscito ed accurato, fatto sui dettagli alla base di questa grande e bellissima storia, che lascia spazio al cambiamento e all’innovazione rispetto al romanzo di Diana Gabaldon, ma sempre con coerenza e qualità, e riuscendo a trasmettere le stesse emozioni dei libri.

Coraggio e sopravvivenza sono le parole chiave di questo episodio, come si capisce sia dalla linea narrativa che da alcuni monologhi presenti nell’episodio. Si tratta di un episodio tanto bello quanto duro da guardare e all’interno della sua narrazione si possono distinguere due tempi, più un momento finale di conclusione, i quali sono caratterizzati da un ritmo ben diverso ma legati tra loro. La prima parte vede una narrazione burrascosa, adrenalinica e in un qualche modo discontinua, anche a causa del contrasto tra la brutalità del rapimento di Claire e l’immagine di speranza nella mente di Claire, suo malgrado impossibile, a cui si aggrappa per sopravvivere durante la sua prigionia con Brown e i suoi uomini. A fomentare questa narrazione tesa e adrenalinica sono anche le immagini di preparazione per la guerra a cui Jamie ha dato inizio per la vita di Claire, e del salvataggio di quest’ultima. La seconda parte invece rappresenta la cosiddetta quiete dopo la tempesta, un ritmo più calmo ma segnato da momenti di tensione e silenzio fin troppo rumoroso e un’estrema freddezza, simile a quella di un cristallo, ma allo stesso tempo tantissima forza, come è possibile vedere dalla scena del ritorno a Fraser’s Ridge e il saluto con Brianna e Marsali o nella scena in camera da letto con Jamie e il discorso sulla sopravvivenza. Infine, il finale di questa stagione ci lascia con un meraviglioso messaggio di speranza e rinascita, nonostante la tempesta che si avvicina sempre di più al Ridge, simbolo della Rivoluzione Americana che sta per scoppiare (e che probabilmente sarà una dei protagonisti della prossima stagione), con Claire sul portico della casa grande che osserva semplicemente una giornata ordinaria di lavoro nei campi del Ridge, con Jamie al suo fianco ad amarla e tenerla al sicuro, sia fisicamente che mentalmente. Menzione speciale per la sua performance da togliere il fiato (e che mi auguro le varrà qualche premio) va a Caitriona Balfe. Attrice davvero strabiliante che riesce a trasmettere millemila sensazioni con un solo sguardo. Non riesco davvero a descrivere tutto quello che mi ha trasmesso, è stata talmente brava che era quasi difficile da guardare. Questo episodio può essere considerato il suo canto del cigno per questa stagione, al pari della struggente “Faith” [episodio 7 della seconda stagione]. Personalmente, un’altra interpretazione non scontata che mi è piaciuta molto è stata quella di Richard Rankin. Il suo Roger non esita a partire e combattere al fianco di Jamie per salvare Claire, ma una volta trovatosi sul campo si trova a dover andare contro uno dei suoi più grandi valori: quello di non uccidere. Il modo in cui Richard mostra la disperazione e il pentimento di Roger che è stato costretto ad uccidere un uomo è veramente da brividi. Lauren Lyle è un’altro membro del cast la cui performance mi ha colpito molto, tanto in questo episodio quanto più in generale in tutta la quinta stagione, riuscendo a dare prova di grandissime qualità, anche visto il maggior spazio e sviluppo dato al suo personaggio.

Ci sarebbero tantissime, un’infinità di cose di cui parlare e su cui riflettere, ma andiamo con ordine e vediamo di analizzare i momenti più importanti…

Come già accennavo in precedenza, l’inizio dell’episodio è segnato da un ritmo teso e carico d’adrenalina, perfetto per raccontare il rapimento della nostra Claire, ma allo stesso tempo la realtà quasi impossibile che Claire crea nella sua mente a cui si aggrappa durante la sua prigionia, in particolare nei momenti di incoscienza, provoca straniamento nello spettatore. Personalmente non mi ha fatto impazzire questa scelta stilistica, ma il simbolismo e il messaggio che vi è dietro è innegabile e molto bello. Come ha ribadito Caitriona Balfe in un’intervista esclusiva ad Harper’s Bazaar, “Sentivo come se, se avessimo dovuto farlo, avremmo dovuto far sì che avesse un punto, e che trasmettesse un messaggio sull’esperienza che magari aggiungesse una nota positiva alla conversazione.” Ed è per questo che hanno deciso di raccontare l’esperienza rimanendo nella prospettiva della mente di Claire, senza mostrare dettagli gratuiti o dare troppa licenza ai suoi aggressori. La donna nel corso dei giorni della sua prigionia viene picchiata, derisa, stuprata e trattata come un oggetto, il tutto solo a causa del suo voler aiutare gli altri e diffondere conoscenze mediche all’epoca sconosciute, e nei momenti di incoscienza si aggrappa ad un’illusione creatasi nella sua mente, di una realtà impossibile piena di elementi che rappresentano la speranza, la sicurezza e la sopravvivenza per Claire. “Era davvero importante che l’unica volta che l’abbiamo sentita parlare fosse per dire no, perché questo è quello che avrebbe detto in tempo reale, o per chiamare Jamie. Queste sono le uniche due volte che senti Claire dire qualcosa durante questo stato di sogno dissociato. Lei non partecipa mai alla conversazione.” sottolinea l’attrice, così da evidenziare la prospettiva usata nel raccontare la storia e la condizione da vittima di Claire. La sequenza di questa realtà alternativa ambientata nel futuro nella sua mente viene accompagnata dalla canzone Never My Love, che se da una parte sembra sottolineare l’impossibilità di realizzarsi di quella visione, dall’altra sembra rafforzare l’idea di speranza e la positività in cui Claire si rifugia, ennesimo esempio del dualismo centrale di questa prima parte dell’episodio. Nel susseguirsi di questi flash si segue un ritmo in crescendo, andando ad aggiungere sempre più elementi e passando da un’atmosfera di speranza totale che viene pian piano contaminata a dimostrazione di Claire che perde la speranza, fino ad arrivare al momento del salvataggio dove nella mente di Claire vediamo solo lei illuminata da un occhio di bue e Jamie, l’unica persona in grado di riportarla in vita, che si avvicina e le sussurra le stesse parole che le disse quando si erano ritrovati ad Edimburgo, “Non avere paura, siamo in due ora” per poi stringerla con il tartan Fraser. Ognuno tra i vari simboli di speranza, e non, che incontriamo nelle varie sequenze del sogno presentano un rimando preciso a momenti importanti della storia dei Fraser, nonchè alle stagioni precedenti, come il vaso, come quello che Claire osserva nella vetrina di un negozio ad Inverness nella prima puntata della serie e simbolo di quella casa stabile che Claire ha finalmente trovato, di cui vediamo il simbolo nel dipinto raffigurante il Ridge e la Casa Grande come lo vediamo nella quinta stagione; Jamie e la famiglia riunita, con Jocasta, Murtagh, Fergus, Marsali, Germain e Ian per il Ringraziamento; La libellula con cui Germain sta giocando, in riferimento all’amuleto d’ambra che regalò Hugh Monroe a Jamie e Claire e che Jamie portò con sè a Culloden, anch’esso simbolo di amore, speranza e sopravvivenza; Il coniglio che Claire vede sul prato, lo stesso che Jamie vide a Culloden, anch’esso simbolo di sopravvivenza e speranza; Claire vestita di rosso, simbolo della violenza sulle donne; Un’altro simbolo importante sta anche nel fatto che, se ben notiamo, Jamie nella sequenza del sogno, a differenza degli altri, non indossa abiti moderni, ma abiti della sua epoca, e nella scena del salvataggio il kilt, a dimostrazione del fatto che anche senza tutti i comfort della vita moderna, con lui si sente davvero felice e a casa; Claire che, se nella realtà rinuncia a uccidere Brown, nella realtà mentale raccoglie dal tavolo un’arancia, in rimando alla volta in cui lo fece quando si era concessa a Luigi di Francia per salvare Jamie, come a dire che non si lascerà toccare da quello che le è successo ma sopravvive e va oltre; Al contrario tra i simboli di negatività che iniziano pian piano a contaminare questo spazio mentale in cui Claire si rifugia, c’è il tetto che gocciola in primo luogo, l’assenza di Bree e Roger, l’ombra di Brown che si vede oltre la finestra della casa nel buio o a tavola con loro, e infine i poliziotti, impersonati da Brown e Hodgepile, che vengono ad avvisare Claire che Brianna e Roger sono morti in un incidente d’auto, rappresentando un chiaro rimando sia alla morte dei genitori di Claire che alla morte di Frank, entrambi morti nello stesso modo, ma anche in riferimento alla descrizione che Claire fa delle sensazioni che le ha provocato viaggiare attraverso le pietre nel primo episodio della serie. Questo ritmo discontinuo nel raccontare gli eventi del rapimento rappresenta già da sè una differenza col libro, dove invece la narrazione è più lineare e anche lenta, permettendo ai lettori di percepire con più facilità la brutalità di ciò che Claire subisce e la casualità con cui il tutto avviene, anche se questo non significa che fosse migliore. Infatti, come sottolinea anche Diana Gabaldon in un’intervista al NY Times, la serie tv è stata ancora più brutale con Claire, rendendola vittima di uno stupro di gruppo, quando nel romanzo la donna veniva più che altro picchiata e lo stupro era avvenuto da un solo uomo che era stato anche gentile con lei.

Nel bel mezzo di tutte queste brutalità, tra gli aggressori ci viene presentata una personalità interessante e rilevante nella storia della nostra viaggiatrice: Wendigo Donner. L’uomo è stato l’unico tra gli uomini di Brown ad essere un minimo gentile con Claire, ma non di certo a vuoto… bastano un paio di frasi in codice, ed ecco che scopriamo che Donner è uno dei compagni di Dente di Lontra, Robert Springer, il viaggiatore nel tempo indiano di cui Claire ha trovato il teschio nella scorsa stagione, i quali avevano viaggiato nel tempo dal 1968 per tentare di fermare la Rivoluzione Americana. Seppur si stia scoprendo la loro storia solo un pezzettino per volta, rimane una delle parti più interessanti e che più mi incuriosisce, e mostra quanti intrecci ci siano in questa grande storia.

A quanto pare però i Fraser non sono gli unici a cui i piani vanno storti, e quello che nello scorso episodio per i MacKenzie sembrava essere il viaggio della speranza verso una vita più sicura nel futuro prenderà una svolta sorprendente ed inaspettata (o forse no?). La famiglia si affida al semplice pensiero di tornare a casa per guidare il loro viaggio, ma ciò che non sanno è che le pietre non si fanno fregare facilmente, e con il rimbalzo degno di un boomerang, ecco che vengono ricatapultati nel 1772, la loro vera casa del cuore. Ammetto che la motivazione del non-viaggio (o meglio del girotondo) non è delle più elaborate e avrebbero potuto fare molto meglio, ma la gioia del vedere di nuovo i MacKenzie con la loro famiglia è stata veramente tantissima. Soprattutto, con Roger che risponde alla chiamata non espressa di Jamie che sta radunando gli uomini per salvare Claire e gli dichiara la sua lealtà sempre, si riesce a capire come il viaggio non fosse tanto la risponda definitiva alla domanda riguardo cosa sarebbe disposto a fare per proteggere la sua famiglia quanto l’abbracciare le armi e lottare al fianco di Jamie. Una delle scene che più mi ha emozionato in tutto l’episodio è stato vedere Brianna e Roger che, al rientro della donna da una visita alla Casa Grande per vedere sua madre, si concedono ad un momento di dolcezza e conforto reciproco, tra la preoccupazione per la ripresa di Claire, i ricordi della condizione di PTSD in cui si è trovata Brianna stessa, e il profondo pentimento che Roger sente a seguito dell’aver ucciso uno degli aggressori. In particolare, il momento in cui Roger confessa a Brianna l’azione come se fosse il peggior peccato capitale, e non una semplice azione compiuta per autodifesa e per salvare Claire, chiedendole di spegnere la candela perchè non riesce a sopportare di vedere l’espressione della sua amata una volta confessato mi ha fatto piangere il cuore. Entrambi hanno fatto un grande percorso in questa stagione, che li ha rafforzati molto come individui e come coppia, permettendogli di raggiungere quella comunicazione che è sempre mancata tra loro.

Una volta trovata Claire, è arrivata ora di fare giustizia. Nulla ha più importanza al di fuori della sicurezza e della vita di Claire, e Jamie è inorridito dal solo pensiero che anche solo uno di quegli uomini viva, visto e considerato che Claire non è abbastanza cosciente da identificare chi ha abusato. Da brividi le scene del salvataggio, mi hanno ricordato vagamente la missione per salvare Jamie da Wentworth nella prima stagione, Jamie, Fergus, Ian, Roger e John Quincy Myers che si offrono di vendicare Claire e infine l’immediato “Uccideteli tutti!” di Jamie che fa scattare l’applauso in sala. Credo di non aver respirato finchè non abbiamo visto Jamie che avvolge Claire nel tartan e la porta ad osservare la strage, tanto cruda quanto spettacolare, dei suoi aggressori. Ad eccezione fatta però per Lionel Brown, capo banda e responsabile del rapimento, che nonostante sia in fin di vita viene risparmiato in quanto la sua vita è una garanzia per Jamie per ricevere finalmente risposte su quali fossero i loro piani. Una scelta che, seppur possa sembrare sbagliata e troppo buona da un nostro punto di vista, rimane una scelta diplomatica che rispecchia benissimo quelli che sono i valori e le ideologie di Jamie Fraser. Jamie indirettamente chiede un’altra volta a Claire se il suo giuramento da medico di non fare del male fosse così forte, e il giorno seguente recatasi nell’ambulatorio per curare quell’uomo (se così si può chiamare), la vediamo per un attimo traballare e quasi cedere all’idea di ucciderlo, irritata anche solo dal suono della sua voce, ma alla fine si appiglia a tutta la sua forza e lascia andare il bisturi, dimostrando come già anticipavo prima la sua volontà di andare oltre e non lasciarsi scalfire, scendendo al loro livello. Inutile dire che Caitriona ha saputo trasmettere tutto lo schifo, la rabbia e anche quanto spezzata sia internamente Claire con il solo sguardo e movimenti del corpo. Della stessa opinione di Claire riguardo il non fare del male, non è invece Marsali, che da vera donna coi controcoglioni come è sempre stata, prende la situazione di petto e uccide Brown. Ho adorato questa scelta di portare Marsali ad uccidere l’aggressore per vendicare Claire e l’inferno che hanno dovuto passare tutti, permettendo ancora una volta di mostrare allo spettatore la meravigliosa evoluzione del rapporto tra le due donne. Una scelta molto più sensata nell’universo della serie tv rispetto a quanto detta il romanzo della Gabaldon, dove Brown viene ucciso in un modo quasi causale dalla domestica dei Fraser, Mrs Bug, che lo strozza con un cuscino.

Le vere punte di diamante di questo episodio, a mio parere, però non sono tanto le scene crude e brutali del rapimento, ma le scene piene di cose non dette, promesse, emozioni e da togliere il fiato tra Claire e la sua famiglia una volta rientrata a quella casa a cui non avrebbe mai creduto di tornare. L’emozionante saluto con Marsali e Brianna, le sue figlie del cuore. Il momento in cui Brianna aiuta la madre a lavarsi e rimettersi in sesto, attimi così silenziosi eppure così pieni di tensione che vedono due grandi donne, entrambe vittime di stupro, ed entrambe sopravvissute. Ed infine le scene con Jamie. Queste ultime ci permettono per l’ennesima volta di vedere quanto profondo sia il loro rapporto, in primo luogo nella meravigliosa scena con finale con loro completamente nudi l’una tra le braccia dell’altro, dichiarandosi finalmente al sicuro, in chiaro riferimento alla scena dell’episodio 9 in cui Jamie ha rischiato la morte e lei lo stringe per tentare di farlo tornare in vita. Il discorso che Claire fa sulla sopravvivenza e su quanto non voglia farsi schiacciare da quanto accaduto finisce in direttissima tra le scene più di maggiore impatto psicologico in tutta la serie e che manda un grande messaggio di speranza e rinascita per tutte le donne.

“Ho attraversato una fottuta Guerra Mondiale. Ho perso una figlia. Ho perso due mariti. Ho patito la fame con un esercito. Sono stata tradita, imprigionata, usata… e sono sopravvissuta, cazzo! Ora dovrei farmi scalfire dal semplice fatto che degli uomini hanno dimenato le loro stupide appendici tra le mie gambe?!”

Grazie per avermi letta, spero che la stagione vi sia piaciuta e che le mie recensioni vi abbiano tenuto una buona compagnia in questi mesi! Ci vediamo presto, si spera, per la sesta stagione!

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