Outlander – Libri e Serie TV a confronto: Il rapimento di Claire!

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Come la maggior parte dei fan di Outlander sanno (o meglio dovrebbero sapere) la serie televisiva di Outlander ed i suoi libri non sono esattamente la stessa cosa. In questa nuovissima rubrica vi esporremo alcuni elementi di differenza tra il dramma storico-fantastico della STARZ, Outlander, e la saga letteraria di Diana Gabaldon a cui è ispirato: vediamo più da vicino il caso del rapimento di Claire!

OUTLANDER books vs tv show wedding ring

Il rapimento di Claire per mano di Lionel Brown ed i suoi uomini

Come molti sapranno, e altrettanti no, le dinamiche circa il rapimento di Claire nel finale della quinta stagione è un elemento di notevole divergenza tra la serie televisiva ed i libri di Outlander.

Infatti, a differenza dei libri di Diana Gabaldon, dove Claire e Marsali vengono prese in ostaggio da uomini pressoché sconosciuti, tra cui era presente anche Lionel Brown, durante una visita al capanno del malto, tana dell’oro dei Fraser, nella serie televisiva entra in ballo l’elemento medico e la fierezza con cui Claire si prostra in aiuto al prossimo e alle ingiustizie. E per di più, l’attacco verrà condotto da una personalità ben nota ai Fraser, ovvero Lionel Brown. Il tutto vedrà una serie di eventi ancora più brutali di quanto già non fosse nel libro, il quale però ci mostra una versione di Jamie fin troppo razionale al seguito di quell’esperienza.

La versione letteraria

Tale attacco di autocritica fu interrotto da un rumore di voci e movimenti proveniente dall’esterno. Mi avviai verso la porta, strizzando gli occhi contro il bagliore del sole del tardo pomeriggio.

Non riuscivo a vederli in faccia, e non avrei saputo dire con sicurezza quanti fossero. Alcuni erano a cavallo, altri a piedi, silhouette nere sullo sfondo del sole che tramontava. Colsi un movimento con la coda dell’occhio; Marsali era in piedi, e stava indietreggiando verso il capanno.

«Chi siete, signori?» chiese, con il mento in alto.

«Viaggiatori assetati, mistress», rispose una delle sagome nere, portando il cavallo davanti agli altri. «In cerca di ospitalità.»

Le sue parole erano piuttosto cortesi, a differenza della voce. Uscii dal capanno, la pala ancora stretta tra le mani.

«Benvenuti», dissi, non facendo alcuno sforzo per mostrarmi gentile. «Restate dove siete, signori; saremo felici di portarvi da bere. Marsali, vuoi prendere il barilotto?»

C’era un piccolo barilotto di whisky greggio, che tenevamo lì per occasioni del genere. Il battito del mio cuore mi rimbombava nelle orecchie, e stavo stringendo il manico della pala con tanta forza da sentire le venature del legno.

Era alquanto insolito vedere tanti estranei sulle montagne, tutti insieme. Di tanto in tanto, passava una squadra di cacciatori Cherokee; ma questi uomini non erano indiani.

«Non disturbatevi, mistress», disse un altro, smontando da cavallo. «Vi aiuto io a prenderlo. Credo che ci servirà più di un barilotto, però.»

Era inglese, e la sua voce era stranamente familiare. Non aveva l’accento di una persona colta, ma la dizione era accurata.

«Ne abbiamo solo uno pronto», dissi, spostandomi lentamente di fianco, senza staccare gli occhi dall’uomo che mi aveva parlato. Era basso e molto magro, e si muoveva con un’andatura rigida, a scatti, come una marionetta.

Veniva verso di me, e così pure gli altri. Marsali aveva raggiunto la catasta di legna, e stava armeggiando dietro i grossi pezzi di quercia e noce americano. Sentivo il suo respiro che risuonava stridulo nella gola. Il barilotto era nascosto, e sapevo che lì vicino c’era anche una scure.

«Marsali», dissi. «Resta lì. Vengo a darti una mano.»

La scure era un’arma migliore della pala… ma due donne contro… quanti uomini? Dieci… una dozzina… di più? Ammiccai, gli occhi lucidi per via del sole, e ne vidi molti altri uscire dal bosco. Questi ultimi li vedevo chiaramente; uno mi rivolse un ghigno, e dovetti fare appello a tutto il mio coraggio per non distogliere lo sguardo. Il suo ghigno si fece ancora più largo.

Anche il tizio basso si avvicinava. Gli lanciai un’occhiata, e per un attimo avvertii uno strano prurito, quasi l’avessi riconosciuto. Chi diavolo era? Lo conoscevo; l’avevo già visto… eppure non avevo un nome da attaccare a quelle guance incavate e a quella fronte stretta.

Puzzava di sudore asciutto da tempo, di terra conficcata tra le pieghe della pelle, di urina sgocciolata; puzzavano tutti, e il loro odore fluttuava nel vento, ferale come il tanfo delle donnole.

Vide che l’avevo riconosciuto; tirò in dentro le labbra per un momento, e poi le rilassò.

«Mrs. Fraser», disse, e il senso di timore si fece più acuto e profondo, mentre vedevo lo sguardo di quegli occhi piccoli e svegli.

«Credo che da questo punto di vista siate in vantaggio, sir», dissi, sforzandomi il più possibile di mostrarmi audace. «Ci siamo già incontrati?»

Non rispose. Un angolo della bocca si sollevò un pochino, ma la sua attenzione fu distratta dai due uomini che si erano lanciati in avanti per prendere il barilotto, che Marsali aveva fatto rotolare fuori dal suo nascondiglio. Uno dei due aveva già afferrato la scure su cui avevo messo gli occhi, e stava per conficcarla nella parte superiore del piccolo barile, quando lo smilzo gridò, rivolto a lui.

«Lascia stare!»

L’uomo sollevò lo sguardo, la bocca aperta: non capiva.

«Ti ho detto di lasciarlo stare!» ripeté secco, mentre l’altro spostava gli occhi dal barilotto alla scure, e poi di nuovo al barile, confuso. «Lo porteremo con noi; non lascerò che vi ubriachiate adesso!»

Voltandosi verso di me, quasi stesse riprendendo una conversazione, disse: «Dov’è il resto?»

«È tutto qui», rispose Marsali, precedendomi. Lo stava guardando, diffidente ma anche furiosa. «Prendetelo, dunque, e andate.»

L’attenzione dello smilzo si spostò su di lei per la prima volta, ma non le rivolse che un’occhiata casuale prima di tornare su di me.

«Non disturbatevi a mentirmi, Mrs. Fraser. So bene che ce n’è dell’altro, e lo porterò via.»

«No, non c’è. Dammi quella scure, grandissimo idiota!» Marsali strappò l’attrezzo all’uomo che lo brandiva, e guardò arcigna lo smilzo. «È così che ripagate la nostra accoglienza? Rubando? Be’, prendete quello per cui siete venuti e andatevene!» […]

Senza cambiare minimamente espressione, fece un rapido passo in avanti e mi schiaffeggiò con forza una guancia.

Il colpo non fu così forte da buttarmi a terra, ma mi gettò indietro la testa, facendomi venire le lacrime agli occhi. Più che dolorante, ero scioccata, anche se sentivo il sapore pungente del sangue in bocca, e il labbro cominciava già a gonfiarsi.

Marsali, scioccata e sdegnata, emise un grido acuto, e sentii alcuni degli uomini mormorare, interessati e sorpresi. Erano arrivati al capanno, ci avevano circondate.

Mi portai il dorso della mano alla bocca sanguinante, e notai con un certo distacco che mi tremava. Il mio cervello, però, si era ritirato a distanza di sicurezza, ed era occupato a fare supposizioni e a scartarle a una velocità tale che sembrava mescolare delle carte.

Chi erano quegli uomini? Quanto erano pericolosi? Che cosa erano pronti a fare? Il sole stava tramontando: quanto sarebbe dovuto passare prima che qualcuno notasse la nostra assenza e venisse a cercarci? Sarebbe venuto Fergus? O Jamie? Perfino Jamie, se fosse arrivato da solo…

Sapevo con sicurezza che quelli erano gli uomini che avevano dato fuoco alla casa di Tige O’Brian, e probabilmente erano anche i responsabili degli attacchi avvenuti entro il Confine del Trattato. Dunque erano pericolosi: ma il loro scopo principale era la rapina.

Sentivo sapore di rame, in bocca; il gusto metallico del sangue e della paura. Non era passato più di un secondo da quando avevo cominciato a fare questi calcoli, ma, quando abbassai la mano, ero giunta alla conclusione che avremmo fatto meglio a dare loro ciò che volevano, sperando che se ne andassero non appena avessero avuto il whisky.

Ma non ebbi la possibilità di dirlo. Lo smilzo mi afferrò un polso, torcendolo con cattiveria. Sentii le ossa muoversi e fratturarsi con un dolore lacerante, e caddi in ginocchio tra le foglie, incapace di emettere qualcosa di più di un piccolo suono senza fiato.

Marsali ne fece uno più forte, e si mosse come un serpente pronto ad attaccare. Sollevò la scure sopra la spalla e, con tutta la forza derivante dalla sua mole, la abbassò affondando la lama nella spalla dell’uomo che aveva accanto. Quindi la liberò, e il sangue caldo mi schizzò sul viso, picchiettandomi la pelle come pioggia sulle foglie.

Lei strillò, un grido alto e sottile; e urlò anche l’uomo. In un istante, l’intera radura era in movimento; gli uomini venivano in avanti come la cresta di un’onda sul punto di crollare. Mi slanciai in avanti e afferrai le ginocchia dello smilzo, colpendolo con una testata al cavallo. Lui emise un sibilo soffocato e cadde su di me, schiacciandomi a terra.

Mi divincolai, tirandomi fuori da quel corpo nodoso. Sapevo soltanto che dovevo arrivare da Marsali, per mettermi fra lei e quegli uomini… ma erano già su di lei. Si udì un grido spezzato dal rumore dei pugni sulla carne, a cui seguì il rimbombo sordo dei corpi che cadevano contro la parete del capanno. La pentola d’argilla era lì, a portata di mano. La afferrai, incurante del calore rovente, e la lanciai in mezzo al gruppo di uomini. Finì pesantemente sulla schiena di qualcuno, e andò in pezzi, spargendo i carboni ardenti ovunque. Gli uomini urlavano e indietreggiavano saltellando, e riuscii a scorgere Marsali accasciata contro il capanno, il collo piegato su una spalla, gli occhi rivoltati all’indietro e completamente bianchi. Aveva le gambe divaricate e la sottoveste le era stata strappata dal collo, rivelando i seni pesanti e nudi che poggiavano sul ventre.

In quel momento qualcuno mi colpì a un lato della testa, e caddi su un fianco, scivolando tra le foglie e finendo a terra completamente molle e incapace di alzarmi, di muovermi, pensare o parlare.

Fui invasa da una profonda calma, e il mio campo visivo si restrinse molto lentamente, o così mi sembrò: un iride enorme che si chiudeva, avvolgendosi a spirale. Davanti a me, vedevo il nido appoggiato a terra, a pochi centimetri dal mio naso, i sottili bastoncini abilmente intrecciati, le quattro uova verdastre rotonde e fragili: era perfetto. Poi il tacco di uno stivale schiacciò le uova, e l’iride si chiuse.

Marsali e Claire vengono attaccate

Sentivo ancora l’odore del fuoco. Annusai una, due volte ancora, sperando che fosse solo la mia immaginazione. Ma, sopra la polvere e il sudore, sopra l’odore penetrante delle staffe di cuoio, e sopra le zaffate delle piante calpestate, sentivo distintamente il tanfo del fumo. La radura o il capanno, o forse entrambi, adesso stavano bruciando. Qualcuno avrebbe notato il fumo e sarebbe andato a dare un’occhiata. Ma sarebbe arrivato in tempo? […]

«Uccidila», suggerì un altro. «Non ci serve a niente e se Fraser dovesse trovarla insieme a noi…»

«Chiudi quella fogna!» Hodge lo aggredì verbalmente con una tale violenza che lui, molto più corpulento, indietreggiò involontariamente. Quindi, Hodge lo ignorò e mi afferrò per un braccio.

«Non fate l’evasiva con me, donna. Adesso mi direte quello che voglio sapere.» Non si preoccupò di aggiungere «o altrimenti…»: sentii qualcosa di freddo che mi attraversava la parte superiore del seno, e subito la fitta pungente del taglio, mentre il sangue cominciava a fluire.

«Cristo d’un Roosevelt!» esclamai, più per la sorpresa che per il dolore. Con uno strattone liberai il braccio. «Ve l’ho detto, non so nemmeno dove siamo, idiota! Come vi aspettate che vi dica dove si trova qualcos’altro?»

Sbatté le palpebre, allarmato, e di riflesso sollevò il pugnale, cauto, quasi pensasse che potessi attaccarlo. Quando si rese conto che non l’avrei fatto, mi guardò con aria minacciosa. […] Il taglio era superficiale, non sanguinava molto. Ma avevo mani e viso gelati, e agli angoli degli occhi vedevo delle piccole luci lampeggianti. Non c’era niente a tenermi in piedi se non una vaga convinzione che, se fossimo giunti a questo, avrei preferito morire in piedi.

Non che sembrassero condividere gli stessi scopi, al momento. Se Hodgepile si era momentaneamente proclamato leader della banda, era chiaro che non occupava quella posizione da molto. Non era abituato a comandare, non sapeva gestire un gruppo di uomini se non con le minacce. Avevo conosciuto molti comandanti militari, nella mia epoca, e sapevo riconoscerne uno valido quando l’avevo di fronte.

Lo sentivo anche adesso: stava discutendo con qualcuno a voce alta, un po’ distante dal punto in cui mi trovavo. Avevo già assistito a situazioni del genere: uomini malvagi che riuscivano a intimidire momentaneamente quelli che avevano intorno, con accessi di imprevedibile violenza. Raramente avevano lunga durata… e dubitavo che Hodgepile sarebbe resistito di più. […]

In un attimo, si fecero avanti anche Tebbe e altri due uomini, le mani sui pugnali e sull’impugnatura delle pistole.

Il viso già sottile di Hodgepile si assottigliò ulteriormente per la furia, ma quel momento di violenza incipiente era passato. Abbassò il coltello, abbandonando le minacce.

Aprii la bocca per dire qualcosa che potesse placare ulteriormente gli animi, ma fui anticipata da un grido allarmato del nipote di Brown.

«Non fatela parlare! Ci maledirà tutti quanti!»

«Oh, all’inferno», esclamò Hodgepile, ora semplicemente irritato.

Avevo usato diversi fazzoletti da collo per fissare la stecca con cui avevo immobilizzato la gamba di Brown. Hodgepile si chinò a prenderne uno da terra, lo appallottolò e si fece avanti.

«Aprite la bocca», disse conciso, afferrandomi la mascella con una mano e ficcandomelo in bocca. Quindi, rivolse uno sguardo torvo a Tebbe, che era avanzato di scatto.

«Non la ucciderò. Ma non dirà più nemmeno una parola. Non a lui», disse, indicando Brown e poi Tebbe, «né a te. Né a me.» Quindi, tornò a guardare me e, con mia grande sorpresa, notai un latente senso di disagio nei suoi occhi. «A nessuno.»

Tebbe sembrò incerto sul da farsi, ma Hodgepile mi stava già legando il suo fazzoletto intorno alla testa, imbavagliandomi per bene.

«Nemmeno una parola», ripeté Hodgepile, guardando in cagnesco l’intera compagnia. «E adesso andiamo!» […] Gettai indietro i piedi per alzarmi in tutta fretta, ma fui bloccata dal cappio. Fu come se una barra di ferro mi stesse premendo sulla trachea. Caddi di nuovo a terra; agli angoli degli occhi, vedevo delle macchie di sangue.

Scossi la testa e presi una boccata d’aria, cercando di scacciare quel senso di vertigini, mentre l’adrenalina mi scorreva nelle vene. Sentii una mano sulla caviglia e scalciai bruscamente.

«Ehi!» fece lui, ad alta voce. Sembrava sorpreso. Mi lasciò andare e indietreggiò un pochino. La mia visione cominciava a schiarirsi; adesso riuscivo a vederlo, ma era controluce. Era uno dei giovani, ma mi appariva come una sagoma senza volto, curva davanti a me.

«Shh», disse, ridacchiando nervosamente, mentre allungava una mano verso di me. Io emisi un verso profondo, simile a un ringhio, da dietro il bavaglio, e lui si bloccò. Nella boscaglia dietro di lui si udì un fruscio.

Il rumore sembrò ricordargli che il suo amico – o i suoi amici – stavano guardando; con rinnovata risoluzione, allungò un braccio e mi toccò una coscia.

«Non preoccupatevi, madam», sussurrò, ondeggiando sui talloni. «Non voglio farvi del male.»

Sbuffai e lui esitò ancora. Ma poi un altro fruscio dal cespuglio lo rese risoluto: mi afferrò per le spalle e tentò di farmi mettere distesa. Io lottai con tutta me stessa, sferrandogli calci e ginocchiate. Lui perse l’appiglio e l’equilibrio, e cadde sulla schiena.

Una soffocata esplosione di risatine maliziose lo riportò in piedi, come un fantoccio a molla. Deciso, mi prese per le caviglie e, con uno strattone, mi fece sdraiare. Poi si gettò sopra di me, inchiodandomi a terra con il suo peso.

«Shh!» mi disse urgente all’orecchio. Le mani tentavano di avvinghiarsi alla mia gola, e io mi contorcevo e mi dimenavo sotto di lui, cercando di togliermelo di dosso. Ma cominciò a stringermi il collo e mi fermai: ancora una volta, vidi nero e sangue.

«Zitta, adesso», disse più piano. «Zitta, madam, d’accordo?» Stavo emettendo dei piccoli versi soffocati che dovette prendere come un assenso, perché allentò la presa.

«Non vi farò male, davvero», sussurrò, cercando di tenermi giù con una mano, mentre con l’altra armeggiava in mezzo ai nostri corpi. «Vi dispiacerebbe stare ferma, per favore?»

Non mi andava affatto, e alla fine mi mise l’avambraccio sulla gola e vi si appoggiò. Non premette tanto da farmi vedere ancora tutto nero, ma abbastanza da rendermi meno combattiva. Era magro e sottile, ma molto forte, e con la sola determinazione riuscì a sollevarmi la sottoveste e a incastrare un ginocchio tra le mie gambe.

Respirava rumorosamente, quasi quanto me, e riuscivo a sentire il tanfo libidinoso della sua eccitazione. Le mani avevano mollato la mia gola, e armeggiavano febbrilmente con i miei

seni, in un modo che mi fece intendere chiaramente che erano i primi che toccava dopo quelli di sua madre.

«Shh, non abbiate paura, madam, va tutto bene… io non… oh. Oh, Dio. Io… uh… oh.» Con una mano stava frugando tra le mie cosce; poi smise per un attimo, si sollevò brevemente e si dimenò per calarsi le brache.

Collassò pesantemente su di me, i fianchi che pompavano freneticamente mentre spingeva come un matto – senza alcun contatto se non una semplice frizione, dal momento che, evidentemente, non aveva idea dell’anatomia femminile. Io ero distesa, immobile per lo stupore. Poi sentii un liquido caldo che pulsava sotto le mie cosce, mentre lui si abbandonava a un’estasi ansimante.

Tutta la tensione se ne andò in un istante, e lui cadde sul mio petto come un pallone sgonfio. Sentivo il suo cuore battere come un martello a vapore; la tempia, madida di sudore, premeva contro la mia guancia.

Trovai l’intimità di quel contatto ripugnante quanto la presenza che si faceva via via più molle tra le mie cosce, così mi rotolai bruscamente da un lato per togliermelo di dosso. Si riprese improvvisamente, e si sollevò a fatica sulle ginocchia, tirandosi su i calzoni con uno strattone.

Ondeggiò avanti e indietro per un momento, poi si mise a quattro zampe e strisciò accanto a me.

La violenza

«Non riesco. Vederti così mi fa andare il cuore in pezzi. E mi riempie di rabbia, al punto che sento di dover uccidere qualcuno se non voglio esplodere. Ma, in nome di quel Dio che ti ha creata, Sassenach, non giacerò con te se non sono in grado di guardarti in faccia.»

«Giacere con me?» chiesi, senza espressione. «Che cosa… intendi dire ora?»

Lasciò cadere la mano dal mio mento, ma mi guardò fissamente senza sbattere le palpebre.

«Be’… aye, sì.»

Se la mia mascella non fosse stata così gonfia, avrei spalancato la bocca per lo stupore.

«Ah… perché?»

«Perché?» ripeté. A quel punto lasciò cadere lo sguardo e scrollò le spalle con quel movimento strano che faceva quando era in imbarazzo, o turbato. «Io… be’… credo sia… necessario.»

Avvertii il bisogno di ridere; un bisogno del tutto fuori posto.

«Necessario? Credi sia stata sbalzata da un cavallo? E che debba rimontare subito in sella?»

Sollevò la testa bruscamente, e mi lanciò un’occhiata adirata.

«No», disse a denti stretti. Deglutì rumorosamente e visibilmente: era evidente che stava trattenendo i sentimenti forti che lo animavano. «Quindi sei… molto danneggiata?»

Feci del mio meglio per fissarlo, malgrado le palpebre gonfie.

«È una specie di scherzo… oh.» Finalmente realizzai che cosa intendeva. Mi sentii avvampare di calore in viso, e i lividi cominciarono a pulsare.

Presi un respiro profondo, per essere sicura di parlare con calma.

«Mi hanno massacrata di botte, Jamie, e hanno abusato di me in molti modi e con incredibile malvagità. Ma è stato uno solo… soltanto uno a… E lui non… non è stato… rude.» Deglutii, ma il nodo che sentivo in gola si mosse appena. Le lacrime resero

indistinta la luce della candela, impedendomi di vedere il suo viso. Distolsi lo sguardo, sbattendo le palpebre.

«No!» dissi, alzando la voce più di quanto fosse nelle mie intenzioni. «Non ho riportato… danni.»

Disse qualcosa in gaelico, sottovoce: qualcosa di breve ed esplosivo. E con una spinta si allontanò dal tavolo. Il suo sgabello cadde con un gran fracasso, e lui gli sferrò un calcio. Poi un altro, e un altro, e lo calpestò con tanta violenza che frammenti di legno volarono attraverso la cucina e colpirono la dispensa, fischiando sommessamente.

Io rimasi seduta, completamente immobile, troppo scioccata e intontita per sentirmi angosciata. Non avrei dovuto dirglielo? mi chiesi vagamente. Ma lui lo sapeva, senz’altro. Me l’aveva chiesto, quando mi aveva trovata. Quanti erano? mi aveva domandato. E poi aveva aggiunto: Li voglio tutti morti.

Ma… un conto era sapere qualcosa, e un altro sentirsi raccontare i dettagli. Io lo sapevo, e rimasi a guardarlo con un vago senso di dolore, un dolore colpevole, mentre lanciava le schegge dello sgabello ovunque e si precipitava alla finestra. Gli scuri erano chiusi, ma rimase lì, puntando le mani contro il davanzale e dandomi la schiena, le spalle che si sollevavano. Non riuscivo a vedere se stesse piangendo.

Si stava levando il vento; era in arrivo una bufera da ovest. Gli scuri sbatacchiarono rumorosamente, e il fuoco coperto per

la notte lanciò qualche sbuffo di fuliggine, quando l’aria scese lungo la canna fumaria. Poi la folata passò, e si udì soltanto il crack! improvviso di un tizzone che si spezzava nel focolare.

«Mi dispiace», dissi infine, con una vocina sottile.

Jamie si girò sui tacchi e mi guardò con occhio torvo. Non stava piangendo, ma l’aveva fatto: le sue guance erano bagnate.

«Non osare!» tuonò. «Non lo tollererò, mi hai sentito?» Fece un passo gigantesco verso il tavolo e vi batté sopra il pugno, con una forza tale da far saltare e cadere la saliera. «Non devi essere dispiaciuta!»

Avevo chiuso gli occhi di riflesso, ma mi costrinsi a riaprirli.

«D’accordo», dissi. Mi sentivo di nuovo stanca, terribilmente stanca, e avevo io stessa una gran voglia di piangere. «Non lo farò.»

Tra di noi scese un silenzio carico di parole non dette. Sentivo le castagne che cadevano nel boschetto dietro la casa, staccate dal vento. Una, e poi un’altra, e un’altra ancora, una pioggia di colpi sordi e smorzati. Poi Jamie prese un respiro profondo e tremante, e si passò una manica sul viso.

Misi i gomiti sul tavolo e appoggiai la testa sulle mani; adesso era troppo pesante per riuscire a sostenerla.

«Necessario», dissi al tavolo, più o meno calma. «Che cosa intendevi dire?»

«Non ti rendi conto che potresti essere incinta?» Aveva ripreso il controllo, e lo disse con la stessa tranquillità con cui avrebbe potuto domandarmi se intendevo servire del bacon con il porridge, a colazione.

Allarmata, lo guardai.

«Non lo sono.» Di riflesso, però, mi portai le mani al ventre.

«Non sono incinta», ripetei più forte. «Non è possibile.» Invece sì che lo era. C’era solo una remota possibilità: però esisteva. Normalmente usavo qualche forma di contraccezione, tanto per essere sicura. Ma, ovviamente…

«Non lo sono», dissi. «Altrimenti, lo saprei.»

Lui si limitò a fissarmi, le sopracciglia sollevate. Non ero incinta; non così presto. Perché, se così fosse stato, e se ci fosse stato più di un uomo… ci sarebbero stati dei dubbi riguardo alla paternità. Il beneficio del dubbio; era questo che mi stava offrendo… oltre a se stesso.

Un brivido profondo cominciò dalle profondità del mio ventre e si diffuse istantaneamente in tutto il corpo, facendomi venire la pelle d’oca malgrado il tepore della stanza.

Martha, aveva sussurrato quell’uomo, il peso del suo corpo che mi premeva contro le foglie.

«All’inferno, maledizione», dissi sottovoce. Allargai le mani sul tavolo, sforzandomi di pensare.

Martha. E sentii il suo odore stantio, la pressione carnosa delle sue cosce nude e umide, i peli che grattavano…

«No!» Le mie gambe e le natiche si strinsero a tal punto che mi sollevai di qualche centimetro dalla panca.

«Potresti…» cominciò lui, ostinato.

«Non sono incinta», ripetei, con la stessa testardaggine. «Ma anche se… tu non puoi farlo, Jamie.»

Mi guardò, e colsi un guizzo di paura nei suoi occhi. E, con un sobbalzo, realizzai esattamente qual era il suo timore. O uno dei suoi timori.

«Voglio dire, non possiamo», aggiunsi rapidamente. «Sono quasi certa di non essere incinta… ma non lo sono altrettanto di non essere stata esposta a qualche disgustosa malattia.» Questa era un’altra cosa a cui non avevo pensato, finora, e la pelle d’oca tornò prepotentemente a farsi sentire. Una gravidanza era improbabile; la gonorrea e la sifilide no. «Non… non possiamo. Non prima che mi sia sottoposta a una cura a base di penicillina.»

Già mentre parlavo, avevo cominciato ad alzarmi dalla panca.

«Dove vai?» mi chiese, allarmato.

«In ambulatorio!»

Il corridoio era buio, e nell’ambulatorio il fuoco era spento, ma nemmeno questo mi fermò. Spalancai l’anta dell’armadio e cominciai a cercare a tastoni. Una luce arrivò da sopra la mia

spalla, illuminando la fila di boccette luccicanti. Jamie aveva acceso un lumino e mi aveva seguita.

«In nome di Dio, che cosa stai facendo, Sassenach?»

«Cerco la penicillina», dissi, prendendo una boccetta e la sacca di cuoio in cui tenevo le siringhe realizzate con i denti veleniferi dei serpenti.

Jamie e Claire pensano alla possibilità che lei possa essere incinta

La versione televisiva

Come anticipato prima, nella serie TV il rapimento di Claire viene reso in modo ancora più brutale di quanto già non sia nei libri. Ma allo stesso tempo, anche un Jamie più comprensivo nei confronti del trauma vissuto dalla moglie.

Tra un’irruzione a Fraser’s Ridge che genera danni e caos, violenza e uno stupro di gruppo, la Claire televisiva affronterà un vero e proprio inferno. Gli uomini di Brown irrompono nell’ambulatorio mentre Claire stava visitando dei pazienti, senza chiedere permesso e gettando all’aria ogni ostacolo sul loro cammino. Considerata un pericolo a causa della “stregoneria” che pratica e la sua lingua lunga, Lionel Brown ha pianificato di portare Claire ai confini del mondo. Nemmeno lui sa dove. Nel corso del viaggio però, la donna verrà usata come solo un oggetto può essere usato. Fino addirittura ad essere violentata sessualmente da più di un uomo.

A seguito di tutto ciò, al suo salvataggio, viene avvolta da un’ondata di amore e comprensione da parte di Jamie e la loro famiglia allargata. Come se rischiasse di rompersi da un momento all’altro.

Che ne pensate di questa differenza piccola ma importante tra la serie e i libri di Outlander? Fateci sapere la vostra opinione nei commenti!

Continuate a seguirci per altre novità su Outlander ed il suo cast!

Chiara

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